Dei lunedì al sole e di come sono diventata una Freelance

Tutto quello che so sull’amore l’ho imparato a 12 anni, dal primo amore non corrisposto della mia vita. Una volta mi è bastata per capire ciò che dovevo pretendere per me stessa: rispetto, considerazione, reciprocità (a 12 anni non usavo queste parole, ma i concetti li avevo interiorizzati anche senza dar loro nomi difficili)

Nel lavoro è stata un po’ la stessa cosa: una volta mi è bastata per capire che anche nell’ambito professionale dovevo pretendere per me stessa le cose che avevo imparato a pretendere nei rapporti personali: rispetto, considerazione, reciprocità. Alla fine di un percorso fatto di stage non retribuito (6 mesi), stage con rimborso spese (3 mesi), nuovo contratto di stage (illegale, uno stage non può essere prorogato all’infinito), la proposta che ho ricevuto dalla società per cui, di fatto, lavoravo full-time da quasi un anno, è stata quella di aprire la partita iva e continuare a lavorare con le stesse modalità di prima, a tempo pieno e con un compenso che era più simile alla paghetta che mi dava mia madre da adolescente che a una retribuzione. È un classico dei nostri tempi e della mia generazione: oneri da dipendente, onori da freelance.

No, grazie. Il giorno in cui ho ricevuto questa proposta è stato l’ultimo in cui ho messo piede in quella società. Mi ero sentita dire “Consideralo un investimento, investiamo insieme.” Anche questo è un classico (inganno) dei nostri tempi: non è un investimento, è semplicemente una pratica illegale con cui le aziende risparmiano sul costo del lavoro. Se devo investire, investo su me stessa e sui miei sogni, non su quelli di qualcun altro.

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Infatti io ho investito e la partita iva l’ho aperta, mi sono costruita una professionalità e una rete di contatti, ho iniziato collaborazioni diverse. Sono diventata una freelance, una libera professionista. La parola libera non sta lì a caso, è piena di significato: significa che non ho tutele, che non ho garanzie per il futuro, che non godo di giorni di ferie o di malattia, ma significa anche che il tempo, il modo e gli spazi di lavoro sono miei, sono mie le frustrazioni e le gratificazioni, i fallimenti e i successi, tutto il pacchetto.

Scommettere su me stessa ha fatto scattare un interruttore nella mia mente: sono entrata in modalità “tutto è possibile”. E allora ho sognato un altro po’ e ho investito un altro po’, insieme ad altre due donne come me che quell’interruttore ce l’avevano acceso già da qualche tempo. Così è nato il nostro spazio di coworking, così ho smesso di essere una libera professionista sola e ho iniziato ad essere una libera professionista che fa parte di una rete in cui “indipendente” non significa “isolato”.

Il 12 gennaio 2011 ho chiuso una porta con un sentimento di amarezza e sconfitta. Il giorno dopo l’ho considerato il primo dei miei lunedì al sole (era in realtà un giovedì) richiamando il film di de Aranoa (grazie Alessia), in cui los lunes al sol sono le giornate trascorse dai disoccupati sulle panchine dei giardini pubblici. Quel mio lunedì al sole, che lì per lì è stato così duro, in realtà oggi ha per me tutto un altro significato, è una pietra miliare, il primo passo di un viaggio bellissimo alla scoperta di tutto ciò che posso fare di me stessa.

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